venerdì 20 gennaio 2017

Gigia, la cavalla di Nietzsche


 GIGIA, OVVERO DELLA COMPASSIONE


                                                                                        
                                                                                           Racconto di fantasia,

                                                                                                                la figlia sfrenata della libertà



      Sono una cavalla: mi chiamano Gigia forse da “grigia” che lo sono di mantello e di criniera. Il posteggio mio e del mio padrone era l’angolo di p.zza Carlo Alberto, a Torino. Lunghe attese di qualche coppia o di qualche famigliola, perlopiù stranieri, da portare nei pochi luoghi monumentali della città: Palazzo Reale, Palazzo Madama e la Mole che vista da sotto mi faceva anche un po’ paura.

      Nelle attese, ruminando qualche carruba e battendo il ferro sulle indistruttibili pietre di Luserna dell’acciottolato, è da lì che vedevo spesso passare, ad ora fissa, un signore vestito di nero. Lo si notava perché aveva folti baffoni sporgenti dal labbro superiore e l’occhio un po’ spiritato: lo qualificai subito un professore.

      Passava ogni giorno, due volte, verso l'ora di pranzo e quella di cena. Passandomi vicino mi diceva: "Ciao!" e finii per rispondergli, chinando la testa. Lo seguii con la coda dell’occhio, così individuai, dove andava a mangiare. Una piccola trattoria di via Bogino, “Da Giuseppe”, dove andava anche il mio padrone.

      Io, ovviamente, stavo fuori, ma dalla finestrella a fianco della porta, dietro le mezze tendine a quadretti bianchi e rossi, si vedeva dentro.

Il mio amico (ormai lo consideravo tale) era là in un tavolino d’angolo, sempre solo con davanti un bel bicchierone di birra.

      Anche il padrone della trattoria lo conoscevo bene: era un famoso cuoco in pensione. Era stato l’ultimo cuoco di Casa Savoia quando Re Toju veniva ancora al Castello di Racconigi: lì nacque l’erede Umberto che divenne il Re di Maggio ed era un bel bambino biondo che io – puledra – portavo a spasso nel grande parco. Lì Giuseppe aveva preparato il pranzo per l’ospite lo zar Nicola di Russia e la sua corte. In tale occasione sfoderò la sua famosa ricetta del risotto al fondo bruno, così buono, ma così buono, che la bellissima zarina Alessandra volle portarsela a San Pietroburgo.

      Il Professore mangiava di buon appetito leccandosi letteralmente i baffoni che poi si asciugava e pettinava con molta cura. Ho sentito io il Professore che uscendo con un altro commensale diceva: “Vede, caro Carlo, non avevo idea della superiorità degli italiani nell’arte della cucina fino a quando non ho conosciuto questa trattoria. Non per niente ci troviamo vicini ai più famosi allevamenti di bestiame: quelli della provincia di Cuneo! Oggi ad esempio ho mangiato i più delicati ossobuchi, lo sa Iddio, come si dice in tedesco, quelli della carne attorno all’osso, in cui si trova lo squisito midollo! Accompagnati da broccoli preparati in maniera incredibile e per primo, tenerissimi tenerissimi maccaroni. E per ogni pasto (con 10 centesimi di mancia per i gentilissimi camerieri) pago un franco e 25. Meno di così?”

      Dopo quei pasti, il professore usciva all’aperto, tirava su un bel respiro della fresca e ossigenata aria di Torino, un cenno a me e tornava nella sua camera vicino al cielo.

Abitava in via Carlo Alberto n.6 dove al quarto piano i sigg.ri Davide e Candida Fino gli avevano affittato una camera ammobiliata per 30 lire al mese, con servizio, compresa la pulizia degli stivali.

      Che cosa facesse lì non l’ho mai saputo, ma sono sicura che non dovesse essere un lavoro facile, lo vedevo stanco.

      La sera sedeva in uno splendido salone (si chiamava Baratti) per un piccolo concerto, più che decoroso (pianoforte, 4 archi e 2 fiati), che a me arrivava attutito. Gli portavano il suo giornale, il “Journal des Debats” e si gustava un eccellente gelato: con la mancia, pagava 40 centesimi.

      Adesso vi racconto una cosa che non ho mai confidato a nessuno. Dovete sapere che la mia stalla era proprio nel cortile dove si affacciava il retro della “Trattoria da Giuseppe”. Un classico cortile delle case del vecchio centro di Torino con i balconi a ringhiera ai vari piani, per la comunicazione tra le stanze. Si affacciano sul cortile, per poter stendere il bucato celandolo al passeggio, e per poter comunicare alla voce con le persone di sotto. Nel cortile si apriva la rimessa dei cavalli, residuo della vecchia locanda con stallatico detta “Del sollazzo gastrico”.

Ebbene una sera, saranno state le nove, io ero già stata portata a stalla dal mio padrone, il professore invece di uscire dalla solita porta della trattoria, quella che dava in via Bogino, uscì dalla parte del cortile e venne a trovarmi.

Io lo riconobbi subito e gli feci il solito cenno con il capo che lui considerò un invito: prese una vecchia sedia impagliata e si sedette vicino a me. “Lo sai che non me ne va bene una " incominciò a parlare con voce bassa, proprio quella con cui si fanno le confidenze più intime.

Aveva ragione a fidarsi di me: una cavalla, anche se pettegola, non potrà mai andare a spifferare le confidenze ricevute. È vero che mia madre mi aveva raccontato di una “cavallina storna” che con il suo nitrito aveva rivelato il nome dell’assassino del suo padrone, ma ancora oggi, non sono sicura di quanto quel fatto fosse verità o fantasia di poeta.

Comunque il professore si fidava di me e quella sera si sfogò.

       “Oggi ho ricevuto una lettera dalla mia ragazza. Capirai subito che è un po’ strana: si chiama Lou, sì proprio così, ma non è un uomo. Non ti stupire: avevamo realizzato una piccola comunità Lei, io ed un amico, Paul Rée. Siamo stati insieme ed era ménage a trois. Non quello fisico, di sesso: non ricordo neanche più se mi ha dato un bacio, ma le volevo bene. E allora prima di arrivare qui a Torino le ho fatto dire da Paul che volevo sposarla.

Oggi mi ha scritto: 'Ma cosa hai capito? Te l’avevo detto che il matrimonio è lontano dalla mia mente quanto il sentimentalismo'.

      “Lo sapevo, lo sapevo – il professore alzò la voce - nessuno ha mai fatto alcunché esclusivamente per gli altri. Tutti gli atti sono compiuti in favore di sé stessi, ogni servizio è prestato per servire sé stessi, ogni amore è rivolto alla propria persona. L’oblatività non appartiene alla natura umana. Hai capito: mi ha usato! Fin quando le sembrava di poter avere qualcosa da me (forse anche partecipare alla fama che intravedeva in me) andava tutto bene, quando si è trattato di dare lei qualcosa a me, se n’è andata. Ma anch’io sono 'Umano troppo Umano', io di questa donna ho bisogno – proseguì - è di un’incredibile bellezza. Vedessi i suoi luminosi occhi azzurri, le labbra piene e sensuali, i capelli biondo argento spazzolati in su come una corona. Ha fatto da modella a Klimt. E poi è forte, sa vivere il suo essere in questo nostro tempo tempestoso. Io invece sono venuto troppo presto, non è ancora il mio tempo e nel libro, che sto progettando, tratterò proprio questo tema: un profeta, Zarathustra, maestro di saggezza, decide di illuminare l’umanità. Ma nessuno capisce le sue parole e lui ritorna al suo silenzio”.

      Il Professore tacque, poi si alzò in piedi e disse: “In verità, in verità vi dico, il mio tempo verrà!”.

 A questo punto, nella penombra, vidi il Professore con il fazzoletto in mano e dalla sua gran soffiata capii che stava piangendo.

      Una sera il padrone mi ha tirata fuori dalla stalla e mi ha detto: “Dobbiamo andare a prendere il professore, sai quello sempre vestito di nero (non sapeva che io lo conoscevo meglio di lui). Dobbiamo portarlo a teatro: questa sera al Regio si dà la Carmen con quella famosa soprano spagnola”.

E dopo quella sera, ogni sera abbiamo portato il Professore a vedere la Carmen, per cinque rappresentazioni, tante quante furono in cartellone.

Anche il mio padrone si stupiva di questa frequenza insolita sempre alla stessa opera. Ho sentito che ne parlava con Giuseppe e lui gli diceva che il Professore, già fanatico della musica del tedesco Wagner, aveva avuto un improvviso innamoramento per la latinità di Carmen: lo accendeva il ritmo della musica. Ma io pensavo: “cherchez la femme”.

 Ed infatti una notte sentii bisbigliare in cortile e nella penombra vidi il Professore tirare per mano una profumata signora – ancheggiante alla spagnola - ed infilare la scala B, dove la signora Pautaso affittava camere anche ad ore.

      Hai capito il Professore? In mancanza di Lou, l’aveva acceso Carmen.

      Mi ricordo che della Carmen avevo già sentito parlare quando un giorno, mi sono visto salire in carrozzella il Professore ed un amico. “È un bel dì di maggio, andiamo a fare una passeggiata”. Il Professore quel giorno era loquace: “Vedi amico mio come è bello stare a Torino. Persino come paesaggio mi è più simpatica di quello stupido pezzo di Riviera calcareo e brullo, al punto che non smetto di arrabbiarmi per essermene sbarazzato così tardi. Qui i giorni si susseguono con la stessa straordinaria perfezione e solarità. La splendida vegetazione arborea di un verde sfavillante, il cielo e il grande fiume di un tenero azzurro. Frutti, uva della più mora dolcezza - e meno cara che a Venezia! Trovo che qui valga la pena di vivere sotto tutti gli aspetti. E poi Torino anche in fatto di musica è la città più affidabile che io conosca. Tu, Richard, che sei un grande musicista, dovevi esserci al concerto che ho ascoltato ieri sera al Teatro Vittorio Emanuele in via Rossini 15. Ci sono 2.500 posti, tutti esauriti e un'acustica magnifica. Fu eseguita grande musica: prima l’ouverture dell’Egmont, poi la Marcia ungherese di Schubert (dai Moments musicaux) magnificamente adattata e orchestrata da tuo suocero Franz Liszt. Subito dopo un pezzo solo per tutti gli strumenti ad arco: dopo la quarta battuta ero in lacrime. Un’ispirazione assolutamente celestiale e profonda, di chi? Di un musicista morto a Torino nel 1870, Rossaro (Carlo Rossaro, Crescentino 1827 – Torino 1878. Nda). Ti giuro, musica di primissimo ordine, di una bellezza della forma e del cuore, che cambia tutte le mie idee sugli italiani. Domani sera 'Carmen' è la quinta volta che l’ascolto: non è forse musica sublime?”.

      L’amico rispose: “Tu Friedrich, sei sempre esagerato: quando venivi a trovarmi a Tribschen eri infatuato della mia musica. Mi salutavi come il tuo mistagogo, sacerdote che ti iniziava nelle arcane dottrine dell’arte e della vita poi, improvvisamente, non ti sei più fatto vivo. Torna a Bayreuth: vieni a vedere il nuovo teatro che vi ho costruito e poi anche Cosima ti vuol rivedere”.

      Il Professore stette un po’ in silenzio poi alzando la voce e rosso in viso come non l’avevo mai visto, quasi gridò: "Ho letto il tuo pamphlet, contro gli ebrei: 'Gli ebrei e la musica'. Lo so bene che è tuo – anche se pubblicato sotto pseudomino - e lascia che te lo dica, ne sono indignato. Come puoi vuotare addosso a musicisti come il sublime Mendelssohn tanto veleno? Mi hanno detto che quando dirigi la sua musica ti metti i guanti. Vergogna: io so quanto male faranno le Tue parole. No, non verrò più a Bayreuth e poi, lascia che te lo dica, non ne posso più di tutto quel teutonico che metti nella tua musica: Deutschland, sempre Deutschland!".

      Un silenzio di gelo calò nella conversazione ed io capii che era l’ora di tornare a casa. Quando si salutarono non si strinsero neppure la mano.



      Io sono una cavalla qualunque, ma conosco anch’io i bei momenti della vita.

Mio nonno morì a Waterloo il 18 Giugno 1815 con l’ultima carica della Guardia di Napoleone e mia nonna – parlando con pardon - “trottava” a Parigi.

Io sono nata in una stalla borghese.

Mio padre portava a spasso il comm. Giovanni Agnelli ed i suoi nipoti vestiti alla marinara nei viali del Parco del Valentino. Io, ancora puledra, fui portata a Vinovo nell’ippodromo, ma non ero tagliata per le corse e mi hanno fatto figliare con vari stalloni. Qualche storia fu anche bella, e soprattutto, erano belli i miei puledri. Li accarezzavo con lunghe linguate: chissà dove saranno finiti?

Poi mi hanno venduta a questo padrone, che ancora mi usa, ma sono vecchia e la stanchezza che sento sempre di più è certo l’annuncio della morte.

      Un giorno ho detto basta: il padrone aveva fatto salire a bordo cinque persone. Cinque persone capite, che con lui a cassetta saranno stati cinquecento chili. Ho provato a partire, ma non ce la facevo proprio, ed allora sapete cosa ha fatto il padrone? Ha preso la frusta e me l’ha data sul groppone. Io tiravo, tiravo, ma la carrozza non si muoveva ed allora giù botte.

      In quel momento passava il signore in nero, il Professore. Incredibile, ma bello, si gettò piangendo al mio collo gridando “C’est moi qui l’ai tuée! Ah! Carmen! Ma Carmen adorée!”. Tutti si fermarono e il padrone lasciò cadere la frusta: “Ma chi è questo pazzo? Chiamate le guardie”. “È quel professore tedesco – disse uno - che da qualche mese è venuto ad abitare al n.6 di via Carlo Alberto: si chiama Federico Nietzsche”.

Vennero le guardie e lo portarono via.

      L’altro giorno ho sentito qualcuno che diceva: “Il prof. Nietzsche è morto a Weimar, in Germania, il 25 agosto 1900 all’età di 54 anni. Dopo il fatto del cavallo di Torino, è stato sempre muto”.

      Allora, mi dissi, quelle sono state le sue ultime parole, e solo io sapevo perché.

Ci credete? Mi ha fatto pena.

                                             
                
                                                            ANTONIO SARTORIS



Cuneo, aprile 2015



sabato 30 luglio 2016

Il Papa va a Gaza?


IL PAPA VA A GAZA?    (racconto fattuale) 

ATTO I°  -  LA CAMPANA SUONA PER GAZA 

     Papa Francesco era sconvolto da quanto avveniva a Gaza.
“Come, è venuto qui da me, il presidente Perez, ha abbracciato quel buon uomo di Abu Mazen, hanno piantato insieme l’ulivo della Pace nel mio giardino, e dopo pochi giorni Israele distrugge quel boccone di terra dove dovevano stare rinchiusi più di un milione di uomini, donne, bambini. Ma qui non bisogna fidarsi proprio di nessuno. Da una mano ti sorrido per farti stare buono e dall’altra ti rubo quel poco che hai e se protesti, ti ammazzo”.
    Papa Francesco era disperato: pregava, pregava, solo, nella sua cameretta di S. Marta, e la domenica dal suo alto balcone di Roma: “Fermatevi, per favore, basta bambini morti, Vi prego, vi prego…”.
Perez non si faceva neanche sentire mentre abbaiava forte Netanyau e ogni giorno aumentavano le vittime palestinesi: 100, 300 poi fino a 500 e oggi erano più di 1700 con tanti, tanti (300 e più) bambini innocenti di tutto, anche della scusa di lasciarsi usare come scudi umani.  
     E finalmente venne l’annuncio. Papa Francesco ha dichiarato: vado a Gaza.
      La notizia ovviamente sconvolse il mondo e sollevò anche dure critiche all’interno del Vaticano stesso. Il Cardinale Tarcisio Bertone fu subito pronto a dire che il Papa non poteva sostituirsi a quanto l’Europa, l’America, tutte le Nazioni della Terra Unite non facevano. Bisognava attendere, mediare, sopire: in sostanza, stare a guardare e non fare niente. Altrimenti poteva anche succedere qualcosa di peggio…
    Lui era stato Segretario di Stato, cioè Ministro degli Esteri del Vaticano e allievo di Papa Pacelli e quindi sapeva come comportarsi dinanzi alle grandi tragedie dell’umanità. Diceva che solo così, contrariamente a tanti regni, imperi, condottieri ed uomini politici, la Chiesa era sopravvissuta nei secoli. Quindi chiese un colloquio con il Papa.
    “Santità, è ammirevole quanto state facendo per ottenere pace in quel tormentato lembo di terra che è anche la terra del Nostro Signore Gesù Cristo, ma ho notizie proprio dal Governo Israeliano, sono molto preoccupati per non essere sicuri di poter garantire alla Santità Vostra la sicurezza dovutavi. Per tanto che Gaza sia ormai tutta sotto il potere dell’esercito israeliano, non si può mai escludere un franco tiratore ed allora…”.
    “Caro Tarcisio, allora? Vieni un po’ con me.” Papa Francesco prese per mano il Card. Bertone ed entrarono nella enorme basilica di S.Pietro. Regnava un solenne silenzio ed i due sacerdoti andarono nella cappella della Madonna della Colonna, all’estrema sinistra della navata centrale, alle spalle al baldacchino a tortiglione della tomba di S.Pietro. “Tu sai - chiese Papa Francesco – chi è sepolto sotto questo altare?” “Certo – rispose il Cardinale – Leone I, il nostro Leone Magno, morto nel 461 e sepolto qui, primo dopo S.Pietro”. “E allora guarda un po’ – riprese il Papa – qui nel marmo  dell’Algardi: è rievocato l’incontro di questo Pontefice con Attila “il flagello di Dio” a Mantova (non qui a Roma) nel 452, dove il re degli Unni assistette atterrito all’apparizione degli Apostoli Pietro e Paolo evocati da Leone Magno, che in questo modo salvò Roma dalla devastazione.
Adesso capirai perché devo andare: non so se gli apostoli Pietro e Paolo vorranno di nuovo comparire, ma io alzerò le mani e mettendomi di mezzo a israeliani e palestinesi dirò “fermatevi in nome del vostro Dio” e sarà quel che sarà” Bertone gli baciò la mano e tacque. Una campana suonò.
Il giorno dopo Papa Francesco disse: “Domani parto, ma questa sera voglio salutarVi”. Fu come la notte della luna, quella in cui Papa Giovanni XXIII mandò la sua carezza ai bambini. Piazza S. Pietro era stracolma di gente, e non tutta era gente di Dio. Ma il senso di commozione per il dolore altrui e di solidarietà nel fare qualcosa per l’altro che soffre, saliva unitario da quella marea. Quando Papa Francesco apparve fu un solo enorme grido: “Vai, vai, e ritorna salvatore!” e tutte le campane di Roma, suonarono.

ATTO II° - L’ORA DEL PIANTO

    “Santità, Santità, non parta più” un grido percorse i grandi corridoi delle stanze vaticane e giunse fino alle orecchie del Papa. “Non parta più, hanno raggiunto un accordo di tregua e Israele si ritira”.
Mentre il cardinale sventolava sotto gli occhi buoni del Papa il giornale che con titoli cubitali riportava la notizia, Francesco aveva gli occhi fissi su una foto che riportava il deserto di macerie a cui era ridotta Gaza. Gaza e i palestinesi sedati, morti. Israele ha ottenuto il silenzio, sì, ma quello dei cimiteri.
    “Questo il risultato di quella impresa - gli disse Padre Jorge Hernandez, argentino, parroco a Gaza - Abbiamo ancora una volta potuto vedere che nella guerra non ci sono vincitori, ma perdono sempre tutti. Presto o tardi, in un modo o nell’altro, da una parte e dall’altra tutti pagano il prezzo della violenza e dell’odio che la violenza partorisce». Lo dirò all’Angelus – rispose Francesco - in Piazza S. Pietro, urbis et orbis, ma so che  non basta.
    Non è andato a Gaza, Francesco, ma a Redipuglia, sì!
"I numeri della prima guerra mondiale sono spaventosi - ha detto il Pontefice - si parla di circa 8 milioni di giovani soldati caduti e di circa 7 milioni di persone civili travolte. Questo ci fa capire quanto la guerra sia una pazzia, una pazzia della quale l’umanità non ha ancora imparato la lezione, perché dopo di essa ce n’è stata un’altra seconda, mondiale, e tante altre che ancora oggi sono in corso”.
    “Ma quando impareremo noi questa lezione?” "L’odio è il male vengono sconfitti con il perdono e il bene. La risposta della guerra fa solo aumentare il male e la morte”.
    "La guerra è una follia, è  solo  pianto".

ATTO III° -  NOI

    Lontano da Roma e da Gaza, vicino a me tre donne, ed io con loro siamo sconvolti da cosa sta avvenendo in Palestina e sentiamo il dovere di lanciare anche da Cuneo un appello contro la sordità e l’insensibilità verso il doloroso e ingiusto destino dei fratelli palestinesi, contro quell’«a me che importa?» scomunicato dal Papa e che alimenta lo spargimento di sangue. Ho scritto questo racconto che in modo fantastico si ispira a fatti veri, perché intendo porre a me ed alla gente, anche al Papa, una domanda sola: “Tu, come vivi?”. 
                                                                     

ANTONIO SARTORIS

Cuneo, 23 ottobre 2014



(Questo racconto è stato inviato a Papa Francesco – Vaticano – Roma.  Silenzio ! )



domenica 26 giugno 2016

Fantastico, il Liceo Silvio Pellico di Cuneo



Introduzione 




Ho scritto questo trittico di ricordi di scuola, all’insegna dell’Arte Fattuale che ho così definito: “manifestazione e/o attribuzione di un pensiero artistico, cioè espressivo ad un soggetto o ad un fatto di per sé puramente funzionali.” Poiché sia il prof. Boella che il prof. Baccolo e il prof. Pareyson sono stati molto conosciuti e oggi ricordati in Cuneo, sento già le osservazioni più o meno sorprese o anche offese di chi leggerà il mio raccontare di fatti diversi dalla realtà e di personaggi che sono vissuti in epoche diverse. Questo modo di attualizzare fatti e personaggi, di portare tutto in primo piano, mi è servito per comunicare delle idee. Invoco la fantasia, figlia sfrenata della libertà. Per rispetto alla storia di ognuno dico chiaramente che molto di quanto ho descritto non è vero, ma mi sia consentito pensare che possa essere almeno verosimile.


A.S.



Antonio Sartoris, Fantastico, il Liceo Silvio Pellico di Cuneo, Edizioni Fondazione Casa Delfino Onlus, Cuneo, 2011





 cliccare sui link sottostanti per leggere i singoli racconti:









Il prof. Umberto Boella incontra Seneca


     E' noto che Annibale mosse il suo esercito di 90 mila fanti, 12 mila cavalieri e 37 elefanti (prototipi dei moderni carri armati) nella primavera del 218 a.C. Per attaccare Roma partì dall’Africa e dopo aver attraversato Spagna e Francia arrivò in Italia oltrepassando le Alpi con meno soldati e cavalieri ma sempre con 37 elefanti. Il varco alpino che scelse fu quello del Monginevro che gli consentì la discesa nella Val Susa (antica TAV!): così ha ricostruito la maggioranza degli storici. 
     Non si sa però che una pattuglia di questo enorme esercito perse la strada e si affacciò all’Italia dal Colle della Maddalena. Fu lì che in quel giorno di fine ottobre si trovava (come spesso faceva per il suo inesausto amore per la montagna) e con un gruppo di suoi allievi del Liceo Classico Silvio Pellico di Cuneo, il prof. di latino e greco, Umberto Boella. E meno male, perchè le guardie confinarie all’apparire dei soldati di Annibale, per lo più di pelle nera, si erano asserragliati nel piccolo posto di confine ai bordi del laghetto e non sapevano che fare: “Non basta che arrivino dal mare e ce li mandino con i pullman: invadono la “padania” e bevono l’acqua del Monviso…”  
     Fu il Prof. Boella, forte del suo latino e greco, che andò ad interpellare i “barbari” e incappò in Seneca.
     Il prof. Boella non voleva credere a quel signore dalla barba bianca che si era presentato: “Anneo Seneca, inviato speciale”. Dopo un primo momento di perplessità (Seneca a lui risultava  fosse nato duecento anni dopo la calata di Annibale) Boella capì. Lo storico, il filosofo stoico,  voleva capire cosa era stata la 2° Guerra Punica, la lotta tra due civiltà. Era così che doveva fare uno scrittore, filosofo dei fatti: vederli e capirli di persona, non bere l’acqua che ti porgono, più o meno interessatamente, gli altri. Prendere posizione ed essere coerente. 
    Boella conosceva bene il suo interlocutore: nel 1969 aveva tradotto le sue “lettere morali a Lucilio” e quindi fu ben lieto di conversare con l’antichità nel fluente latino che gli aveva fruttato il premio al 4° Certamen Capitolium di Roma.
    Quella sera vicino al fuoco, con un bicchiere di vin brulè sul tavolo ed in mano un libro, i due latini conversarono amabilmente dei loro mondi cosi lontani temporalmente ma così vicini negli accadimenti e nei vissuti storici.
    Seneca era uno scrittore di tragedie: le sue sono le sole opere tragiche latine pervenute in forma non frammentaria, e costituiscono quindi una testimonianza preziosa sia di un intero genere letterario, sia del pensiero politico del suo tempo in cui l'élite intellettuale senatoria ricorse al teatro tragico per esprimere la propria opposizione al regime (la tragedia latina riprende ed esalta un aspetto fondamentale di quella greca classica, ossia l'ispirazione repubblicana e l'esecrazione della tirannide). Le varie vicende tragiche si configurano come scontri di forze contrastanti e conflitto fra ragione e passione. Nelle tragedie sono ripresi temi e motivi delle sue opere filosofiche; il teatro senecano risulta, sotto forma di exempla forniti dal mito, una esposizione della dottrina stoica, ove il logos, il principio razionale cui la dottrina stoica affida il governo del mondo, appare come l’unico strumento dell’uomo capace di frenare le passioni e arginare il dilagare del male.
    Infervorato Boella incominciò a recitare:

Cum vita iaceret in terris oppressa gravi sub religione… 
“Mentre la vita umana giaceva sulla terra, turpe spettacolo, oppressa dal grave peso della religione,
che mostrava il suo capo dalle regioni celesti con orribile aspetto incombendo dall’alto sugli uomini,
per primo un uomo di Grecia ardì drizzare gli occhi mortali a sfidarla, e per primo drizzarlesi contro:
non lo domarono le leggende degli dei, né i fulmini, né il minaccioso brontolio del cielo;
anzi tanto più ne stimolarono il fiero valore dell’animo, così che volle
infrangere per primo le porte sbarrate dell’universo”

   Ma questo è Lucrezio sbottò Seneca: “Io nacqui quando lui era già morto da alcuni anni ma il suo ricordo era ben presente a Roma: un bel vecchio con la barba bianca e lo sguardo fiero. Un solitario che finì per suicidarsi. Quando ti trovi di fronte al muro della incomprensione e dell’impotenza, l’unica vera liberazione è il suicidio”. Boella sapeva che anche Seneca sarebbe finito così.
    In quella temperie di alta cultura e vibrante passione politica si sentiva perfettamente a suo agio. Lui che aveva vissuto tutto il periodo del regime fascista in Italia, prima la guerra nazi-fascista, ed in ultimo la resistenza partigiana contro gli occupanti tedeschi e i collaborazionisti fascisti, sapeva bene come si possono far sorgere anche nel più ignaro dei giovani quelle domande morali e politiche a cui dare direttamente od indirettamente le risposte giuste. L’insegnamento era stato lo strumento con cui cercare risposte positive per la sua coscienza e operare concretamente per formare tante giovani generazioni e finire con quella che aveva pagato col sangue i suoi ideali.
 Ma che cosa sanno di me – chiese Seneca – i suoi amici professori? E Boella raccontò: “Io sono arrivato a Cuneo – la piccola città di provincia, al fondo di questa Valle Stura – il 3 Gennaio 1937 come vincitore di un concorso di lettere latine e greche presso il locale Regio Ginnasio Liceo “Silvio Pellico”. Pensi la scuola più formativa della nostra gioventù la definiamo “gimnasium” come facevate voi duemila anni fa”. Seneca sorrise compiaciuto.
    “La mattina era fredda – proseguì Boella – ma serena, e grazie all’aria limpida e trasparente, la città mi apparve bellissima nella cerchia della Alpi Marittime bianche di neve. Io amo le montagne. Allora a Cuneo correva una diceria: “Chi viene a Cuneo ha solo due alternative, o si sposa o va in montagna”. Avendo io scartato, per allora, la prima, scelsi la seconda; e così cominciò la mia lunga appassionata frequentazione della Alpi Marittime d’inverno e d’estate. Ecco perché mi trova qui. Ma lei – caro Maestro - mi chiedeva dove gli uomini d’oggi possono ancora - dopo tanto tempo - incontrarla e dialogare con Lei”.
  “In quei primi anni del lavoro di insegnante a cui dedicai tutta la mia vita, - proseguì Boella - Cuneo era ancora una piccola città, che praticamente, finiva poco sopra la Piazza Vittorio (la grande piazza di Cuneo) con le prime costruzioni di corso Nizza; il passeggio era limitato ai portici della piazza e di via Roma e noi giovani professori “forestieri” eravamo lasciati un po’ in disparte dalla popolazione cuneese, riservata, poco incline ad uscire di casa, anche a causa delle memorabili nevicate. Trovavamo allora rifugio nella libreria situata accanto al Duomo, l’unica esistente in Cuneo, dove ci accoglieva l’ottimo libraio sig. Nenci ed incontravamo alcuni colleghi, più anziani di noi, affettuosi e disponibili come il prof. Baccalario, l’ing. Mantellino, il prof. Ottenga dell’Istituto Tecnico Bonelli.  Quella libreria svolse un ruolo importante  nella vita culturale della Cuneo di quegli anni ed è lì che la conobbi caro Maestro Seneca, come conobbi, Lucrezio. Voi uomini di un lontano passato ma con il travaglio dei problemi di sempre  ed io mi sentivo Vostro contemporaneo ed amico.”
Boella si era perso nel libro di Seneca che aveva portato con sé ed i suoi pensieri l’avevano trasferito in quei tempi lontani fino a sentirsene parte, ma una voce lo risvegliò:
“Professore, professore, venga che la corriera non ci aspetta…”. La voce di Ezio Tassone, uno dei suoi allievi più bravi, lo riportò all’oggi. Dovette richiudere il libro di Seneca e interrompere il dialogo con lui, ma sapeva che l’avrebbe incontrato ancora, soprattutto lì nelle sue montagne, dove l’aria è limpida, pura e stimolante. 


Tetto de’ Chivalieri, Agosto 2011

Il prof. Luigi Baccolo, uomo del Settecento


    Nella grande casa di C.so Nizza, erano sei mesi che la signora Adele, era rimasta sola con la sua bambina, Maby’. Suo marito il geom. Guido era a casa quella sera maledetta, nonostante gli amici gliel’avessero detto e ripetuto di andare via da Cuneo. Si sentirono alla porta i colpi dei calci di fucile dei tedeschi. Aprì il figlio Alberto: aveva solo 16 anni ma ne dimostrava di più. Il padre si affacciò dalla porta della cucina e li portarono via tutti e due senza dire una parola. La moglie rimase sola con la bambina che dormiva.

Si era battuta in tutti i modi andando anche a parlare dal capitano delle SS all’Hotel Nazionale di Torino, con un’ampia scollatura.

Gli amici cuneesi si erano rivolti al Prefetto ma pare che abbia detto loro che: “la signora si consolerà presto...”.

Sta di fatto che con lo studio del geometra già con pochissimo lavoro, dato lo stato di guerra, ed ora, senza il titolare, forzatamente chiuso, la famiglia si era trovata priva di mezzi.

Adele, una delle più belle donne di Cuneo, intelligente e colta, ma priva di qualsiasi professionalità, fece quindi girare la voce di esser disposta a tenere a pensione donne od uomini che fossero.

Un giorno un giovanotto mingherlino, nell’aspetto e nel vestito, si presentò alla sua porta: sono il prof. Luigi Baccolo, insegno lettere al Liceo Silvio Pellico.

La camera di Alberto era ampia, si affacciava sul corso Nizza, andava proprio bene al prof. Baccolo ed la signora Adele lo accolse ben volentieri quando a lui, nella presentazione, scappò detto di aver scritto un libro su Luigi Pirandello. Lei l’aveva letto quasi tutto Pirandello: i romanzi, le novelle e del teatro aveva visto recitazioni al “Toselli” di Cuneo, con la Marta Abba e Ruggero Ruggeri.

Ad Adele la sola idea di avere in casa un vero intellettuale (uno specialista di Pirandello poi) la infiammava di entusiasmo.

Al prof. Baccolo la sorte di abitare nella bella casa di una bella signora era subito piaciuta.

La sera stessa Baccolo sedeva a tavola con la signora Adele ed incominciarono subito a parlare di libri.

Una sera dopo l’altra: erano i tempi della guerra del 1940. Nelle case non vi erano televisori e fuori c’era poca luce. Si stava bene a leggere o conversare, magari dopo aver ascoltato un concerto od un’opera alla radio o sul giradischi, e con il caminetto acceso.

Baccolo di libri ne aveva tanti e li imprestava in lettura alla signora Adele con dediche interessate. In quella del “Decameroncino del cacciatorpediniere “Enea”[1] di Guido Milanese (ediz. Alberto Stock – anno 1926) sta scritto: “In casa - 10 dic. 1944. Chissà? L.B.”. Ah, se i libri potessero parlare! 

Baccolo era un timido ed un introverso, i suoi interessi erano quelli di un giovane normale ma anche di un intellettuale ambizioso, sopratutto ambiva a diventare uno scrittore di successo. Veniva a Cuneo da un’esperienza ancora più provinciale: quella di Savigliano. Qui aveva convissuto con la madre fino alla fine della sua vita. Luigi Botta un caro amico di quel tempo scrivendo in Sua memoria racconta: “Ricordo più che mai quell'Anglia bianca parcheggiata in corso Caduti per la Libertà. Ogni pomeriggio, con qualsiasi tempo, uscivi dalla portina di corso Roma dove abitavi, accompagnando Tua madre sotto braccio. Insieme, in auto, percorrevate Savigliano per un'oretta. È stato così per anni. Questa Tua immagine, di figlio generoso e fedele che rimane legato alla madre sino alla morte, mi rimane fissa nella mente. E sono certo che non sfuggirà tanto facilmente, come rimarrà impressa in tutti coloro che, estate ed inverno, Ti hanno visto compiere con amore sempre i medesimi, ma significativi, gesti”. .

Tutta questa vita da figlio devoto e sottomesso nella tranquilla, grigia, provincia; questo fare viaggi in macchina intorno a Piazza del Popolo e vie circostanti di Savigliano e pur quel vedere di gioventù esuberante nelle strade e nella sua scuola, e non toccarla, mi fa pensare alle sue avventure letterarie specie quelle intrise di sesso. Da qui gli approfonditi studi sul marchese Donatien-Alphonse-Francois Sade, un diavolo francese che sfugge alle conseguenze delle sue sregolatezze ma poi finisce la vita nel manicomio di Charenton. E poi la “Vita di Casanova” e poi, come scritto in copertina “Restif de la Bretone – Virtù, follie e nefandezze del più provocatorio fra gli scrittori del ‘700: contadino e grafomane. Moralista e cultore dell’oscenità, avventuriero e visionario. 

Con i personaggi dei suoi libri Baccolo si trovava bene e probabilmente viveva a Cuneo come il conte di Grammont che due secoli prima viveva a Torino e la proclamava "città dell'amore e della galanteria", trovandoci la condizione ideale per ogni libertino, con quei "mariti che avevan molto rispetto per le loro donne e considerazione per i forestieri", e quelle "mogli che avevan molto rispetto per i forestieri, e un po' meno per i loro mariti".

Ma non era un passionale né un libertino: semplicemente con i suoi romanzi si stava costruendo in tempi e luoghi diversi, un suo universo in cui si rifugiava il più frequentemente possibile. Talora anche quando insegnava, si fermava di botto evidentemente dinanzi ad un pensiero che gli era balzato incontro parlando di un autore od ascoltando la domanda/risposta di un allievo. Ma sempre senza passione per non affaticarsi troppo. Era sostanzialmente un sognatore… pigro, come il suo amico Ugo Genta o il suo collega prof. Corrado Mongardi. Il suo collega nello stesso glorioso Liceo Classico Silvio Pellico di Cuneo, il prof. Umberto Boella diceva di lui che aveva “una natia tendenza a considerare la vita, tutta la vicenda umana con un senso di sorridente amabile scetticismo”. 

La provincia è ricca di questi intellettuali, colti, capaci, che conoscono il mondo attraverso i libri ed anche i viaggi, ma pigri e guai se tengono famiglia. Alla loro naturale pigrizia si aggiunge la cautela delle mogli (o compagne) a non rischiare, a non lasciare la certezza dell’oggi per l’incertezza del domani.

     E fatale che in queste situazioni sopraggiunga la frustrazione per una vita che si sente sfuggire, senza che ideali od ambizioni siano stati raggiunti.

     Ma vi fu un momento in cui d’improvviso la sua anima si mise a crepitare e a levar fiamme. Fu alla fine della guerra quando finalmente si respirò l’aria della libertà. Scrisse, come il collega Umberto Boella, importanti pagine civili su la rinata “Sentinella delle Alpi”, su “Il Mondo” di Pannunzio, su la rinata “La Stampa” di Torino: partecipò alla vita intellettuale collettiva di Cuneo.

Intanto Alberto era tornato a casa, reduce da Buchenwald, magro come uno scheletro, ma vivo, mentre di suo padre il geom. Guido non si seppe mai più nulla.      Luigi Baccolo si congedò dalla signora Adele ma il cenacolo intellettuale che si era realizzato nella sua casa continuò nella “Libreria Moderna” che, proprio per dare un lavoro ad Alberto, la signora Adele aprì nel centrale c.so Nizza angolo via Cavallotti.

 Qui si incontravano gli azionisti di Cuneo, con gli azionisti di Torino: l’aristocratico prof. Franco Antonicelli ed il mitico prof. Augusto Monti, il maestro di Piero Gobetti, di Norberto Bobbio, di Alessandro Galante Garrone, di Cesare Pavese. Fu in quella libreria che fu presentato a Cuneo “Se questo è un uomo” di Primo Levi, edito da De Silva perché rifiutato da Einaudi.

E c’erano il prof. Luigi Baccolo, il prof. Leonardo Ferrero, il prof. Umberto Boella, il prof. Luigi Pareyson, (ormai assurto alla cattedra universitaria), il prof. Corrado Mongardi, il prof. Carlo Baccalario, il prof. Adolfo Ruata, lo scrittore Nuto Revelli, i giudici Gino Bissoni, Luigi Di Oreste e Antonino Repaci, gli avv.ti Faustino Dalmazzo, Dino Giacosa e Marcello Bianco e il giovane suo cugino Antonio Sartoris, e molti altri.

Andato in pensione e libero da legami cuneesi, Luigi Baccolo fece un ultimo lungo viaggio: andò a trovare Luigi Pirandello nella sua casa in località Caos di Girgenti. Su Pirandello Baccolo aveva scritto la sua tesi di laurea poi pubblicata nel 1949 dalla prestigiosa casa Fratelli Bocca editori.

Da quel viaggio ritornò appagato. Pubblicò “la Vita di Casanova” dall’editore Rusconi nel 1974 e “Casanova ed i suoi amici” dall’editore Sugar nel 1972. Divenne amico di Piero Chiara condividendo con lui un’accattivante visione della vita di provincia con le sue piccolezze ma capace di cogliere, anche nel più normale quotidiano, l'essenza, ormai dimenticata, di una vita serena, senza grandi problemi. Chiara ne scrisse in vari romanzi di grande successo. Ma Chiara fu anche uno dei più noti studiosi della vita e delle opere dello scrittore e avventuriero Giacomo Casanova. Pubblicò molti scritti sull'argomento che raccolse poi nel libro “Il vero Casanova” (1977). Curò, per Mondadori, la prima edizione integrale, basata sul manoscritto originale, dell'opera autobiografica del Casanova: Histoire de ma vie. Scrisse anche la sceneggiatura dell'edizione televisiva (1980) dell'opera di Arthur Schnitzler Il ritorno di Casanova.   

Questa passione per Casanova che Baccolo e Chiara avevano in comune derivava probabilmente dall’esperienza di entrambi della vita di provincia dove le cose si fanno ma non si dicono se non molto ma molto sottovoce. Rivedo le sottili labbra di Baccolo increspate dal sorriso quando Chiara raccontava che da Lecco aveva dovuto rifugiarsi in Svizzera per sfuggire all’ordine di cattura emesso dal Tribunale Speciale Fascista per aver messo, il 25 luglio 1943 alla caduta del Fascismo, il busto di Mussolini nella gabbia degli imputati del tribunale in cui lavorava come cancelliere.

Luigi Baccolo con i suoi Casanova, Sade, Restif de la Bretone e Vittorio Alfieri pur a Cuneo e nel Novecento, viveva bene come in Europa e nel Settecento. Fu quello che in quel secolo si diceva “filosofo” cioè cultore della ragione e nemico delle chimere.

     Di quel viaggio nel Caos e di che cosa si sono detti i due Luigi, Baccolo non volle mai parlare, ma ne tornò trasformato da professore ad artista.

Luigi Baccolo finì la sua esistenza umana e letteraria, a Cuneo, l’8 Dicembre 1992, sempre curato amorevolmente come “Gino”.

 Di lui si ricordò Luigi Pirandello che incontrandomi una volta a teatro mi disse: “Ma il Vostro Baccolo ce l’ha o non ce l’ha la corda pazza?”.

Ed io: “Maestro, così è, se vi pare.” 


Tetto de’ Chivalieri, Luglio 2011





[1] Sullo schema del Decamerone, ecco quindi il “Decameroncino del CT "Enea": una serie di racconti boccacceschi [il termine è davvero d'uopo] che vedono per protagonisti giovani Ufficiali alle prese con situazioni amorose tragicomiche a tutte le latitudini e longitudini, dall'India ai Caraibi passando per la Turchia. Guido Milanese, romanziere di lungo corso, premette nell'introduzione che della "morale", come intesa nel 1926, si fa proprio un baffo; e ne dà piena prova in questo godibilissimo volumetto nel quale abbondano situazioni scabrose sempre descritte con vena d'ironia e levità di linguaggio. Consigliato, anche alle Signore. Per darvene un esempio citerò un lettore che sul “Decameroncino” scrive: A me è piaciuto e debbo dire che per l'anno di stampa (1926) è abbastanza "temerario" pur non essendo volgare. A pag.69 c'è un gustoso episodio che così riassumo: Un Uff.le di una nostra nave da guerra, durante una breve sosta in un piccolo porto Spagnolo, volendo "smaltire" i bollenti spiriti, ma non conoscendo i luoghi, pensò bene di rivolgersi nientemeno che al Parroco di detta località con tali parole: "Reverendo, sono uno straniero di passaggio che sta commettendo un orribile peccato!" "Quale, figliuolo mio?" "Desidero ardentemente la donna d'altri. La prego di liberarmene, indicandomi dove potrei trovare una donna di nessuno. E' un suo dovere!" Il buon prete rise e lo liberò dal peccato indicando con precisione al nostro compatriota certe case... in cambio di un'offerta per i poveri della parrocchia.

Il prof. Luigi Pareyson e la fisarmonica



 La classe del prof. Luigi Pareyson (detto il filosofo della libertà) era formidabile. Erano suoi allievi: Umberto Eco, Gianni Vattimo, Guido Ceronetti, Sergio Givone, Francesco Tomatis, Maria Lucia Villani, Michelangelo Ghio, Valerio Verra, Franco Cordero, Giorgio Bocca. Le sue lezioni erano considerate veri e propri avvenimenti culturali tanto che, eccezionalmente, era stato consentito di assistervi anche se non si era direttamente allievi del Liceo.
       Probabilmente gli allievi, allora giovanissimi, non si rendevano conto del fatto che il loro professore sarebbe stato considerato uno dei massimi filosofi del ‘900. Si rendevano però conto – come tutte le generazioni che si incontravano per la prima volta con il pensiero filosofico - che era da quelle meditazioni che dipendeva il loro futuro modo di capire la realtà e quindi di viverla.

Il ricordo delle sue lezioni è possibile averlo attraverso gli appunti che prendeva un futuro filosofo cuneese, Francesco Tomatis, in cui si legge: “La personale versione dell’esistenza di Pareyson è quella di un esistenzialismo personalistico ed ontologico. Personalistico perchè è la singola persona vivente, non un astratto a priori trascendentale od esistenziale, a qualificare l’esistenza e la sua inaggirabilità, pena l’intransitabilità di qualsivoglia minimo senso della realtà e delle vita umana. Ontologico perchè è nell’apertura all’essere che ci trascende, che mi trascende, che io posso scegliere ad essere me stesso. Che l’esistenzialismo non possa che essere personalistico e che il personalismo non possa che essere ontologico ci dice allora che l’esistenza è quia talis apertura di trascendenza, quindi possibilità di esperienza religiosa”.

A parte la difficoltà del linguaggio di Tomatis, che peraltro riflette la complessità del pensiero di Pareyson, anche solo da queste poche righe si capisce come nel cervello dei giovani che per la prima volta  nella loro vita affrontavano la filosofia simili discorsi ponevano un mucchio di domande.

Poichè le risposte del professore cercavano di conciliare la persona vivente, non un astratto a priori trascendentale, con l’apertura all’essere che ci trascende e quindi finivano per proporre la possibilità di esperienza religiosa, al povero studente - nella miglior delle ipotesi - rimanevano un mucchio di dubbi.

Loro avevano le pulsioni e le passioni dei diciott’anni e il loro corpo nella sua fisicità proponeva forza, velocità, sesso, ed anche chiarezza e sincerità nelle risposte.

Avevano rispetto per il prof. Pareyson, come lo incuteva anche il suo modo di apparire: quei vestiti sempre scuri, quei capelli rigorosamente impomatati, quegli occhiali cerchiati d’oro, ma quando tornavano a casa e cercavano di “studiare la storia della filosofia” che cosa rimaneva del pensiero del professore?

     Dal pensiero greco alla teoria cattolica fino all’illuminismo e poi al positivismo (del pensiero contemporaneo non si riusciva mai a parlare prima dell’esame finale) una quantità di indicazioni, elucubrazioni (per lo più difficili e fumose). Ma a cosa mi serve tutta questa massa di pensieri? si domandavano. Cosa sarà della mia vita? come mi debbo comportare con gli altri, soprattutto nei rapporti con uomini e donne? Perché le persone care muoiono, perché della guerra, perché il male? E i giorni passavano, apparentemente sempre uguali. Finita la guerra – si dicevano questi giovani – sono finite le passioni e le emozioni? La filosofia del prof. Pareyson non aiutava!

    Chi pareva capire meglio questi giovani era un altro insigne professore di lettere del Liceo S. Pellico: il prof. Leonardo Ferrero (1915–1965). Egli scriveva: “Lavorando seriamente a fare scuola, si vedeva che l’atteggiamento, l’orientamento critico incominciava a fruttare, che i giovani, messi davanti a delle realtà estremamente drammatiche, impellenti, urgenti, capivano effettivamente certi problemi che potevano a prima vista sembrare estremamente lontani. Ma è proprio su questo terreno che si formò un impianto solido, anche se modesto e silenzioso. La prova è che proprio nell’ambiente degli studenti le leve partigiane trovarono un contributo quasi inaspettato, ma soprattutto spontaneo”.

Un giorno il “professore” – sempre puntualissimo – non venne a scuola. Il Preside Gasco, detto “il nonno”, mandò il bidello a casa sua ma lui tornò a mani vuote perchè disse: “Era uscito di buon’ora ma non aveva detto dove andava”.

“Io lo so dove è andato” disse Umberto Eco, l’allievo ficcanaso fin nei recessi della storia medioevale. “Al cine va al pomeriggio a vedere i film americani, anche due di seguito. Ma ieri è arrivato a trovarlo Eugenio Montale e io so dove i due amiconi sono andati.  Venite con me”.

Quasi tutta la classe lo seguì e lui li portò al fondo del Viale degli Angeli e lì nell’Osteria, sotto una “toppia”[1] fiorita, ai suoi allievi attoniti si parò innanzi una scena incredibile: Luigi Pareyson - il filosofo - suonava il tango sulla fisarmonica ed Eugenio Montale - il poeta - con un grosso tovagliolo in mano lo sventolava a destra e sinistra come una mantiglia da torero. Con loro era l’amica, allora amorosa di Eugenio, Maria Luisa Spaziani che lo racconta ancora oggi, e ridevano, ridevano.

I ragazzi si ritirarono in silenzio per non farsi vedere, quasi vergognosi di aver violato l’intimità del loro maestro. Ma da quel giorno ed ai loro occhi non solo il professor Pareyson era diventato un uomo normale ma i rigidi insegnamenti morali che a loro cercava di trasmettere insegnando Kierkegaard apparivano incomprensibili se non ipocriti. Cosa voleva dire: “La sfera estetica[2] è passaggio necessario alla moralità, tanto che solo come uomo estetico l'uomo è veramente uomo. L'unica educazione possibile è l'educazione estetica.” A loro sembrava di capire che tutti i quesiti umani si potessero risolvere nella sfera dei fatti dove il giudizio estetico (cioè sulla forma) è sovrano; ma la realtà insegnava che non tutto quello che è bello è anche buono, c’è il problema del male. Era Pareyson che diceva: “Il male non è assenza di essere, privazione di bene, mancanza di realtà, ma è realtà, più precisamente realtà positiva nella sua negatività.” Ma allora Pareyson usciva dal giudizio estetico e volava più alto della materia ed affermava: “il problema del male affonda le sue radici nelle oscure profondità della natura umana e nel segreto recesso dei rapporti dell'uomo con la trascendenza.”

     Probabilmente era una specie di pietas verso il dolore umano (lui che l’aveva provato nel suicidio della sorella) inflitto dai tanti mali della vita che lo induceva a guardare in cielo, lui filosofo, come una qualunque donnetta da chiesa. Lo si capiva da affermazioni come questa: “È solo la consapevolezza della condivisione della sofferenza umana da parte di Dio, che può impedire alla sofferenza d'essere un aumento della negatività dell'uomo”.

          Probabilmente alla maggioranza dei suoi allievi andava bene così: non capivano e non si sforzavano più di tanto; ma non a tutti piaceva così! Ed un giorno che Lui arrivò a dire: “Non è senza ragione che l'esperienza religiosa punta soprattutto sul Dio sofferente e redentore, il che conferma che sul problema del male l'ultimo ricorso è alla religione, non certo alla morale” Ulisse S. sbottò: “Ma professore se la pensiamo così finiremo di assistere inermi ai peggiori delitti della storia.” Ulisse S. non sapeva che Pareyson uomo “resisteva” e nel silenzio: proprio a Cuneo negli anni bui della guerra aveva promosso le prime riunioni del Partito d’Azione. In casa sua si radunavano per ascoltare “Radio Londra” i prof. Leonardo Ferrero, Adolfo Ruata e sua moglie, il giudice Antonino Repaci, l’avv. Tancredi (Duccio) Galimberti e l’avv. Marcello Bianco.

Ma Ulisse S. che stimava suo padre e lo vedeva ogni sabato vestire l’orbace[3], infilare gli stivali, mettere in testa il fez e recarsi all’adunata fascista a cui partecipava pure lui come balilla alpino non aveva dubbi: era quello l’insegnamento “morale” della società in cui si viveva allora e pareva per sempre. E la Chiesa che Ulisse frequentava da chierichetto presso i Gesuiti del Collegio dei Tommasini, non era forse parte costitutiva di quella morale? 

     Poi venne la guerra vissuta da Ulisse come dai suoi compagni di scuola fino alla vista dei cadaveri degli impiccati, dei fucilati, dei torturati e la  “morale” di un tempo era sprofondata in un baleno e con vergogna.  Ma una “morale”, una regola di condotta, ci vuole! Man mano che cresceva Ulisse S. si rendeva conto che per vivere l’uomo ha bisogno di “certezze” di credere in qualcosa su cui fondare le proprie decisioni e che giustifichi il suo agire e possibilmente lo soddisfi. Ma aveva ben visto come la morale su cui suo padre aveva costruito la sua vita e indirizzato la vita della sua famiglia era crollata miseramente.

     Più che parlarne con un professore chiuso nella sua turris eburnea se ne parlava tra noi compagni. Un giorno una ragazza tosta (si chiamava Oriana Fallaci) fece un bel discorsetto: Perchè ormai l’ho capita, la Vita, e sono una persona lacerata dai dubbi che vengono, a capirla. Non è consolante capire la Vita, anzi è terrificante. Significa perdere riferimenti cui ci si appoggiava prima di capirla: il bene e il male, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto. Quando la Vita era mistero, quindi ricerca, quei riferimenti costituivano certezze che permettevano di prendere una strada senza esitare, ed esprimere giudizi precisi. Quando invece ti accorgi che il bene ed il male sono punti di vista come il vero ed il falso, il giusto e l’ingiusto, ogni strada t’appare incerta ed ogni giudizio arbitrario. Ti senti sicuro solo dei tuoi dubbi, e della tua solitudine”.

     Ulisse S. voleva uscire dal dubbio e provocato da quanto diceva Oriana era arrivato alla semplice constatazione che gli uomini in ambienti e civiltà diversi praticano costumi e moralità diverse. Ne aveva visto conferma confrontando la moderna morale con quella della civiltà classica, base di studio del suo Liceo.

Per esempio Plauto e Terenzio hanno messo in luce, fra il resto, che ai loro tempi la “schiavitù” era un fatto normale ed universalmente accettato come lecitamente “morale”.

     Poiché le commedie plautine (come in genere tutto il teatro) sono lo specchio della società vivente, è facile dedurne che questo atteggiamento "morale" sulla schiavitù - oggi assolutamente deprecata e giuridicamente abolita - è strettamente legato ai tempi storici  in cui ha ampiamente proliferato. Non solo, ma connessi a questo grande fenomeno della schiavitù vi erano problemi che la “morale” di oggi certamente condannerebbe ed invece in quella società ed in quei tempi erano considerati assolutamente normali (per esempio l’eutanasia dei fisicamente diversi). In più c’erano i delitti commessi in nome dei c.d. principi morali. Non tutti sanno che verso la fine della loro vita - quando praticamente non servivano più - si liberavano gli schiavi condannandoli alla più misera delle fini: senza mezzi e senza possibilità di procuraseli era la morte sicura in breve. In un gesto apparentemente generoso, moralmente encomiabile, si celava ipocritamente la più dura crudeltà! E questo spiega anche la "malizia" degli schiavi come in genere degli oppressi e dei poveri (tanto censurata da Catone che si lamentava della pigrizia degli schiavi come manifestazione della loro furbizia e disonestà). In realtà questa pretesa “malizia” era solo una forma di difesa dei più deboli verso le vessazioni del più forti. 

Ecco il "relativismo" della morale pensava Ulisse S. e proseguiva: oggi che si discute sugli atteggiamenti da assumere sulla vita (medicina biologica) e sulla morte (eutanasia) certe certezze e sicurezze di insegnamento e anche di imposizione dovrebbero essere molto meno sbandierate come "valori” irrinunciabili. Non esistono i valori eterni ed assoluti (come pretendono le religioni) ma solo convenzioni storiche e locali per determinare le regole minime di convivenza fra gli uomini in un determinato momento ed in un determinato luogo. Se funzionano per alcuni (rendono cioè la vita più vivibile) potrebbero essere estese anche ad altri ma con il loro libero consenso e non imposte indiscriminatamente a tutti.

     Come tutti i neofiti specie se armati di giovanile ardore Ulisse S. riteneva di aver trovato una chiave interpretativa dell’intera esistenza, una Weltanschauung (visione/immagine/concezione del mondo): si ispirava ad essa ed in essa confortava la sua vita.

          Per sfuggire al dramma del dubbio ed all’inerzia dell’incertezza Ulisse S. si creò la filosofia delle “certezze relative”. Partì da un’affermazione basilare: “non esiste la verità, e sopratutto non esiste una verità assoluta ed eterna”. Ma poiché bisogna pur avere dei criteri di valutazione a cui ispirare il proprio comportamento giunse alla conclusione che ognuno di noi debba tendere a crearsi delle certezze. Senza delle certezze non puoi mai decidere e quindi finisci per non agire. Si tratta di avere il senso della relatività di queste certezze sapere che sono tali alla luce di quanto sai, allo stato delle conoscenze e delle esperienze del tempo in cui vivi. Quando queste si modificassero e mettessero in dubbio la fondatezza di tali certezze, devi essere disponibile a modificarle, a cercarne delle altre che reggano alla prova dei nuovi elementi che hai acquisito. E’ questo il procedimento del sapere scientifico, dove una teoria che spiega certi fenomeni in un certo momento storico può essere abbandonata, quando si riveli inadeguata a spiegare nuovi fenomeni. Alla vecchia teoria (fonte fino ad allora di una certezza nel procedere) si sostituirà la nuova che possa spiegare il nuovo fenomeno o il vecchio che si è appalesato diverso da quanto finora si credeva. Ecco allora che la nuova “teoria e/o certezza”, sostituisce la vecchia che quindi dimostra la sua “relatività”. 

Ulisse S. era quindi giunto alla conclusione che al posto della verità, a cui peraltro anela indefessamente il pensiero umano, ci si debba accontentare di “convenzioni”, cioè di verità-convenzionali,  postulato di ogni altro pensare, frutto di un accordo, di una convenzione operata dagli esseri umani in un certo periodo storico, in un certo ambiente naturale.

Sembravano nostri pensieri ma non ci rendevamo conto che tutto questo argomentare era prodotto del metodo ermeneutico (alias interpretativo) dell’insegnamento del nostro prof. Luigi Pareyson, ed all’ombra di questo “buon maestro”, crescevamo.

Pensandoci bene anche Pareyson, in fondo in fondo, era un relativista. E’ vero che era amico della verità ma più che della verità era amico della libertà. Diceva “solo la verità che si lascia interpretare è una verità libera, una verità che non è mai inchiodata al fondamento che la giustifica”.

Dopo tanti anni da allora, nel 1991 (l’anno della sua morte) sono andato a trovarlo a Rapallo dove si era ritirato – per motivi di salute - in un piccolo appartamento. Lo trovai intento a girare con una palettina un pescetto nell’acquetta leggera della pentola. La “frittura dietetica”, era una sua specialità di cui vantava le doti probabilmente apprezzate solo dal suo stomaco delicato: ma per me era anche una formidabile metafora della sua filosofia.

Parlammo e lui si ricordava benissimo dei suoi anni cuneesi e dei suoi allievi.

Io gli rammentai Eco, Vattimo, Girello, Tomatis ed allora mi disse: "Mi dà un’enorme soddisfazione, sia pensare che ciascuno di loro ha potuto prendere uno spunto da me, sia vedere che hanno imboccato strade tanto diverse, al punto che io stesso posso trovarmi a polemizzare con questo e con quello. Sono due soddisfazioni che non solo non si contraddicono, ma che addirittura si combinano perfettamente... E poi, sa, io una certa aria di famiglia ce la vedo. In cosa? Non so, forse nella medesima fede nella libertà della ricerca, nell'assoluta dedizione ad essa.”

Credo che questo invito alla libertà della ricerca, e quindi alla libertà di vita (vi ricordate la fisarmonica) sia l’insegnamento più utile che Luigi Pareyson abbia dato a tanti ed anche a me.       
Tetto de’ Chivalieri, Agosto 2011




[1]  Espressione dialettale di “pergolato”.

[2] Estetica: la disciplina filosofica che si occupa del bello e dell’arte. Modernamente (Gadamer) si pensa che “l’estetica deve risolversi nell’ermeneutica” (l’arte o tecnica dell’interpretazione).


[3]  Divisa fascista nera confezionata nel tipico tessuto sardo fatto di lana.